TRAVAGLIO INCIAMPA SUL PCI
di Aldo Pirone

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Ieri su “il Fatto Quotidiano” nel consueto articolo di fondo, insolitamente piano e pacato, Marco Travaglio affronta diverse questioni di scottante attualità riguardanti in definitiva la funzione che la Costituzione assegna ai partiti di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. (art. 49). Le questioni affrontate sono state: la trasparenza nei finanziamenti; la questione della democrazia interna e, infine, quella del trasformismo degli eletti e dei “voltagabbana” che traslocano senza pudore da un partito all’altro per ragioni di pura convenienza personale. Anche a Churchill, com’è noto, capitò di cambiare partito passando dai conservatori ai liberali per poi tornare ai conservatori, a chi glielo faceva malignamente osservare rispondeva che lui si era dimesso da alcuni partiti ma mai dalle sue idee. Qui da noi oggigiorno molti, troppi, politici eletti non si dimettono mai da nulla, men che meno dalle loro idee perché non ne hanno di consolidate, tranne una: la convenienza politica del momento; cioè l’opportunismo, che, come si sa, non contempla dimissioni di sorta ma l’agile salita su altri carri di passaggio, soprattutto se, sebbene transeunti, siano quelli vincenti.

Nell’articolo, Travaglio, mentre respinge, giustamente, le ipotesi di istituire il cosiddetto “vincolo di mandato” per i parlamentari, approva invece la proposta di Zagrebelsky di far decadere da parlamentare (ma perché non anche da altre cariche elettive amministrative?) chi cambia schieramento. Comunque – scrive – ben venga una legge sulla democrazia interna ai partiti. Solo che per sostenere questa sua propensione si avventura nel passato e, come spesso gli capita, inciampa vistosamente. Infatti, accomuna, per deriderne l’inefficacia, le “improbabili norme ‘anti-ribaltone’“ vagheggiate negli anni trascorsi sia dal centrodestra che dal centrosinistra e i “metodi banditeschi” del PD “per spegnere il dissenso interno” a quelli degli “ex comunisti, nel PCI, [che] dovevano firmare le dimissioni in bianco …”. Cosa non vera e mai accaduta. L’unica firma che gli eletti del PCI mettevano, a tutti i livelli istituzionali dai consigli circoscrizionali in su, era quella di devolvere al partito la metà degli emolumenti derivanti dalla carica elettiva. Per il resto la fedeltà politica non era assicurata da alcun marchingegno regolamentare, a parte lo statuto del partito, o contratto di tipo pecuniario; era assicurata, più ancora che dalle regole statutarie, da qualcosa che sfugge a Travaglio e anche a tutti gli altri partiti o Movimenti, compreso quello “pentastellato”. Si chiamava motivazione ideale al cambiamento che nutriva un impegno civile prima ancora che politico passato al vaglio della pratica o, se si vuole, dell’attività politica. Una motivazione educata da una formazione culturale e anche ideologica che aveva in sommo dispregio il trasformismo e l’opportunismo. Un dispregio radicato nella costituency culturale del Partito comunista, il che consentiva di reprimerlo intellettualmente anche nei singoli che ne mostravano qualche propensione. E anche le separazioni, le espulsioni e le radiazioni che vi furono, di singoli o di piccoli gruppi, non furono mai contrassegnate, a onore di chi ne veniva colpito, da “biechi motivi” opportunistici, salvo pochissime eccezioni, ma da radicali dissensi di linea politica. Non a caso Luciana Castellina non molti anni fa parlando della sua radiazione e quella di Lucio Magri, Valentino Parlato, Luigi Pintor e Rossana Rossanda, il gruppo che poi dette vita al “Manifesto”, ne parlò come di “una magnifica radiazione”. “Magnifica” perché non avvenne, come le altre e non molte separazioni del resto, con la modalità – come scrive Travaglio – del “cacciati su due piedi”, ma dopo un grande dibattito politico e anche teorico che coinvolse, e non con un click, centinaia di migliaia di iscritti che dissero la loro nelle assemblee convocate in tutte le ottomila sezioni comuniste.

Tutto questo lo ricordo non solo per la verità storica con cui Travaglio litiga spesso e volentieri, ma soprattutto per una verità di pregnante politica che invece è tenuta nascosta mentre nel dibattito tengono banco regole e regolette per combattere il trasformismo: il fenomeno del trasformismo si combatte efficacemente, soprattutto a sinistra, solo se si ricostruiscono partiti dalla forte identità politica e culturale, volti a cambiare le cose per applicare i dettami della Costituzione repubblicana. Solo questo tipo di formazioni politiche è, infatti, in grado di raccogliere l’adesione di persone mosse dalla passione civile e dall’impegno civico e non i piccoli mestieranti che guardano alla politica come un’occasione di impiego a vita. Solo questo tipo di partiti, perciò, può selezionare una classe dirigente – è il tema che in questi giorni appassiona “il Fatto Quotidiano” – degna di questo nome, adeguata per l’opera di ricostruzione economica, civica e morale del Paese. Altrimenti, nel migliore dei casi, c’è il concorso per titoli, cioè i curricula del M5s. Buone intenzioni di cui, come è noto e lo conferma la vicenda Marra a Roma, può essere lastricata la via dell’inferno.

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