VISIONI: TORQUATO TASSO SECONDO I RITMI DEL POST-TEATRO
di Marco Palladini

Brinchi e Spanò montano uno spettacolo tecno-performativo che reca il sottotitolo S’ei piace ei lice. La medesima scritta che Brinchi in apertura si tatua sul dorso della mano sinistra, quasi come captatio benevolentiae, nel senso che “se piace” questo adattamento transmoderno di Aminta, allora “è lecito” farlo.

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Luca Brinchi, regista e scenografo multimediale, già fondatore una quindicina di anni fa del gruppo Santasangre, che proponeva originali lavori scenici sull’asse dell’immateriale e dell’immaginario ologrammatico, dal 2013 fa gioco a sé moltiplicando le occasioni di collaborazione artistica.

 

Nella fattispecie, assieme allo scenografo ed artista visivo Daniele Spanò, rispondendo ad un input della Sagra Musicale Malatestiana, ha adesso realizzato una interessante installazione scenica ispirata alla cinquecentesca opera lirico-pastorale di Torquato Tasso Aminta, presentata al Teatro India di Roma. Avvalendosi della svelta sintesi drammaturgica preparata dal duo Industria Indipendente (Erika Z. Galli e Martina Ruggeri) che predispone una collana di citazioni della favola poetica tassiana, Brinchi e Spanò montano uno spettacolo tecno-performativo che reca il sottotitolo S’ei piace ei lice. La medesima scritta che Brinchi in apertura si tatua sul dorso della mano sinistra, quasi come captatio benevolentiae, nel senso che “se piace” questo adattamento transmoderno di Aminta, allora “è lecito” farlo.

 

Il protagonista eponimo dell’opera è, come si sa, il pastore Aminta innamorato della ninfa Silvia che egli salva da un Satiro desideroso di violentare la fanciulla presso la fonte ove si era recata. La ninfa fugge via e il pastorello, sviato, crede a un certo punto che essa sia stata uccisa dai lupi, e allora decide di suicidarsi buttandosi giù da una rupe. Ma dei rovi lo salveranno e, in explicit, i due giovani si ritroveranno per un happy ending nel segno dell’amore trionfante. Una tramina, come si vede, alquanto banale e di maniera, epperò riscattata dalla sontuosa e rigogliosa lingua poetica del Tasso, che qui ascoltiamo soltanto per brevi lacerti, più enfaticamente detti che recitati.

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I personaggi principali dell’opera vengono segnificati in video, prima proiettati su tre svolazzanti teli bianchi verticali sommossi da ventilatori e, poi, su due rettangolari schermi sfalsati. Aminta è un ragazzetto ‘roscetto’ e riccioluto (Lorenzo Anzuini) con camicia verde floreale ed una aria da studente un po’ lavativo, che si mette in posa frontale o di tre quarti, fin quando non si appropinqua coi pantaloncini corti ed un’aria attonita ad una altura rocciosa. Silvia (Clelia Scarpellini) è una pallida e sinuosa fanciullina che vediamo profilare il suo busto o volgere vezzosamente il capo, oppure immergersi seminuda in un ameno torrente, o dibattersi disperatamente a terra legata ad un albero, e ancora correre a perdifiato in un bosco, mentre si spalancano le digrignanti fauci di un candido lupo dagli occhi accecati.

 

Fuori campo si sentono a ondate le voci registrate del coro, di Dafne, di Tirsi e del Satiro. Il quale poi è l’unica apparizione dal vivo, incarnato in un campione di body-building (Davide Pioggia) che si spalma una crema sul corpo, per mostrarsi come una sorta di bronzeo gigante che ostende i gonfi pettorali, gli onusti deltoidi, la ‘tartaruga’ del ventre, le ipertrofiche cosce, che flette i possenti bicipiti e tricipiti secondo stesse ad una gara di culturisti. Somatizzazione forse incongrua, ma plasticamente efficace di una satiriasi in veste di superomismo ipermuscolare. Allo scultoreo body-builder si affiancano, come figure sceniche, un paio di altoparlanti in guisa di trombe acustiche poste sull’asta di due bilancieri mobili che oscillano spesso e volentieri, come certe macchinerie scenotecniche della Socìetas Raffaello Sanzio d’antan. Il tutto è poi accompagnato dalle musiche elettroniche di Franz Rosati, non di rado con suoni martellanti e assordanti da concerto heavy metal.

 

Siamo, come si può comprendere, dalle parti di uno sversato e disinibito post-teatro dai ritmi comunque ben calibrati: quarantacinque minuti di performance che scorrono tesi e senza pause. Brinchi sa bene quello che fa, e se Torquato illustrato per la generazione 2 o 3.0 piace, è più che lecito, anzi giusto andare avanti così.

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