GIORNATA DELLA MEMORIA
di mal

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Giuste, sacrosante, un commovente dovere. Per non dimenticare, si dice.

Ma andrebbe sottolineato più di quanto non si faccia: per imparare per l’oggi e per il domani. Poiché come diceva Leopardi “senza memoria non si può fare niente”, e perché aveva torto Montale a dire che “la storia non è maestra di nulla…”. O forse sì, forse aveva ragione perché a quanto pare quella storia non sta insegnando niente a nessuno: né ai governi, né ai politici, né agli intellettuali, né soprattutto ai popoli, alla gente, alle persone.

Mi ha commosso quanto hanno voluto fare quei giovani che si son fatti tatuare sul braccio il numero di Nedo Fiano, sopravvissuto alla shoah che però sta perdendo la memoria. Ma mi hanno interessato e fatto riflettere alcune parole di Mattarella e di Liliana Segre. E’ nel cuore dell’Europa cristiana, ha detto l’uno, che è stato commesso il genocidio: cominciato coi malati di mente, con gli omosessuali, coi disabili, e con gli avversari politici (un milione e mezzo di comunisti e socialisti che non vengono mai ricordati, n.d.r.) e finito con i 6 milioni di ebrei e coi 40 milioni di vittime della guerra.

Ma ciò è avvenuto, ecco la parte più forte del suo discorso – e sono anche parole di Liliana Segre – nell’indifferenza e anzi con l’approvazione della maggioranza della società civile di allora (cristiani e liberali, se non erro. n.d.r). Sì è vero: Hitler non andò al potere con la forza ma dopo aver ricevuto 11 milioni di voti alle elezioni del ’32 per la Presidenza; e con l’approvazione del Parlamento, e col consenso di tutti i partiti (esclusi, ovviamente quelli che erano stati spazzati via).

Poi, al referendum del 1934, indetto per confermare col voto popolare la unificazione già operata de facto tra la carica di cancelliere e quella di capo dello stato, cioè l’assunzione dei pieni poteri da parte di Hitler, il dittatore prese nei vari land tra l’80% e il 96 %. Ma ciò non basta: la maggioranza dei tedeschi – e con questo ha poi dovuto fare i conti la democrazia tedesca dopo la sconfitta – rimase fedele al regime fino alla fine, fino al disastro. Così pure, in Italia, Mussolini e il fascismo – e le cosiddette leggi sulla razza – e le guerre coloniali – e l’entrata nella guerra mondiale a fianco della Germania nazista – ebbero l’appoggio della maggioranza degli italiani – in certe fasi di una grande maggioranza.

Fino al ’43, alla sconfitta militare e ai bombardamenti alleati. Per questo il fascismo fu “un regime reazionario di massa”, per questo la Resistenza e la guerra di liberazione viene chiamata (e forse fu) una “guerra civile”.

Ricordare la shoah deve dunque servire, o dovrebbe, a ricordare non solo il genocidio ma tutto ciò: perché non solo “il germe del razzismo”, come dice Mattarella, ma la tentazione e la voglia di autoritarismo, di uomo forte, di nazionalismo e reazione di massa riprende forza e rischia di vincere. Come ci dicono certe cronache e molti voti.

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